31/10/2008

Come anticipare la data di uscita di un libro...

Già, come? Semplice, anche in questo la comunità di internet può far sentire la propria voce.

L'uscita di "Dinka, la polvere del Sahara" è prevista per il mese di marzo, ma noi rimaniamo possibilisti riguardo ad una sua possibile anticipazione. Basta mandare una mail al seguente indirizzo: ordini@billbook.it, per far scattare il conto alla rovescia ed avvicinare di molto la data di uscita. Poniamoci un traguardo... io direi che vedere nascere il libro per natale non sarebbe affatto male, che ne pensate?

Basta che nella vostra mail diciate esplicitamente che siete interessati all'acquisto, dando i vostri riferimenti... e il gioco è fatto.

Intanto continua la revisione del libro che è giunta ad una fase finale, e per quanto mi riguarda mi ritengo molto soddisfatto del risultato. A riprova della vostra importanza, vi annuncio che è stata scelta la copertina che mi avete indicato con schiacciante maggioranza ( andando contro il mio gusto e anche quello del mio editor, ma non ci aspettavamo una presa di posizione così netta... ).

Per chi si fosse perso il passaggio la copertina sarà questa:

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Visto che devo farmi perdonare per la mia lunga assenza vi posto anche un bel segnalibro:

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Dichiaro ufficialmente aperto il conto alla rovescia e vi terrò aggiornati sugli ultimi sviluppi... intanto continua la promozione nelle librerie e siamo vicini ad un accordo con un quotidiano, ma su questo preferisco mantenere ancora uno scaramantico silenzio.

Ciao!

25/07/2008

Booktrailer 2

Ecco il nuovo booktrailer.

E' una presentazione in flash ottenuta grazie alla collaborazione di Francesco Memoli (Forma + Sostanza) che ne ha curato il montaggio e la scelta delle immagini, ed Enzo Siani (Cosmorama) che ha ideato la colonna sonora. A loro vanno i miei ringraziamenti e il mio plauso.

Buona visione.

12/07/2008

Il guidato da Allah

«Chi è quell’uomo?»

L’indice era puntato contro una figura esile, quasi insignificante, che gli veniva incontro a cavallo.  Il comandante William Hicks, ufficiale di Sua maestà la regina Vittoria, osservava la falcata ampia del destriero e l’imperturbabile espressione di chi lo cavalcava. In lontananza El Obeid splendeva bianca sotto il sole. Una folata di vento alzò una nuvola di polvere nell’aria. Tutto intorno era un’orgia di corpi squartati, un incrocio di lame e vesti macchiate. I vessilli rotolavano nella sabbia.  Un tempo aveva conosciuto la vittoria, ne aveva assaporato il gusto, inalato il soffio. Un tempo lontano che gli aveva voltato le spalle con la naturalezza della notte che segue al giorno.

Il suo esercito era consistente e annoverava al suo interno soldati di provata affidabilità. Erano ai suoi comandi più di ottomila egiziani, un centinaio di assassini delle tribù del nord e duemila regolari. Quando gli proposero di andare a sud, in quell’inferno, era stato riluttante. Era un colonnello in pensione, ormai. Aveva una lunga lista di decorazioni e medaglie sulla sua uniforme e nulla da rimproverarsi. Gli dissero: «Solo tu puoi farcela. Quell’agitatore ci è sfuggito troppe volte, stiamo facendo la figura degli idioti. Ti daremo vettovaglie per cinquanta giorni e cinquemila cammelli». Con sé aveva anche alcuni esemplari di fucile mitragliatore e una buona dose di esperienza maturata in India. Ma si dovette rendere ben presto conto di cosa significasse fare la guerra in Africa. Persero l’orientamento, non si sa se per inettitudine o scoperta complicità delle guide con il nemico, e finirono a vagare per il deserto. Le defezioni furono enormi. Le armi presero a scomparire per essere rivendute sottobanco al miglior offerente. Le rivalità etniche scatenavano malcontenti, se non vere risse, tra le fila dei suoi battaglioni e la disciplina dovette essere rinsaldata con la forza. Prima ancora di giungere sul campo di battaglia erano già stremati dal caldo e dalle difficoltà incontrate nell’approvvigionamento d’acqua. I pozzi erano stati avvelenati: sulle loro acque galleggiavano le carogne dei cammelli e i cadaveri degli infedeli.

Era il tre novembre 1883 quando il nemico fu avvistato.

Un mare fitto, formato da oltre quarantamila guerrieri, gli si opponeva issando le bandiere della mezzaluna. I suoi uomini subito si disposero nella formazione difensiva riuscendo a resistere per ben due giorni e due notti. Poi arrivò il collasso. Un terzo della sua formazione si arrese, i rimanenti  furono sterminati, tutti gli ufficiali decapitati. El Obeid era caduta e lui non era riuscito ad evitarlo. Quel giorno veniva scritta una nuova pagina di storia e il corso della guerra era mutato radicalmente. Quell’uomo si dirigeva verso di lui, senza un’arma. Solo con la sua compostezza, il suo sguardo fiero che traspariva dagli occhi marroni, così profondi che sembravano non avere pupilla. Avvolto nella sua tunica bianca, scese da cavallo e gli andò incontro con calma. Prima di condannarlo a morte voleva guardarlo negli occhi. Hicks si stupì a trovarsi davanti un predicatore, un uomo di fede, un uomo dal passo gentile e dal piglio severo. Guardò negli occhi il suo luogotenente, come ad avere una conferma o una smentita sull’identità della persona che si trovava davanti. Ma non ci fu alcun segnale di consapevolezza.

L’uomo alzò la mano e si toccò la testa in segno di saluto, poi disse:                                                           

«Voi siete William Hicks Pascià?»

«È esatto. E voi chi sareste?» domandò il colonnello al suo interlocutore.

«Io sono il Mahdi».

29/06/2008

Scelta della copertina

Arriva sempre il punto in cui si deve operare una scelta.

Capita ogni giorno, in continuazione. Mi sono pervenute due varianti di copertina per il mio libro con tanto di quarta, sintesi del romanzo e biografia. Sul piatto principale c'è il volto di un bambino con l'Africa sul suo viso, per il resto i layout sono abbastanza diversi.

Il mio editore, Michele di Salvo, mi ha chiesto un parere. Ed io lo chiedo a voi. Cliccate sulle immagini sottostanti, oppure sul punto interrogativo nella barra laterale, e indicatemi quale delle due versioni vi piace di più...

Grazie per l'aiuto.

Copertina numero uno:

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Copertina numero due:
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22/06/2008

La scacchiera della famiglia Brown

Nonostante il freddo la gente affollava i marciapiedi e i negozi. Le carrozze attraversavano tutta  Londra trasportando uomini d’affari, dame di ritorno da una delle rinomate sale da tè della capitale o semplici turisti. I ragazzini correvano da un capo all’altro della strada chiedendo qualche penny per comprare fuochi d’artificio e fiammiferi. Qualcuno di loro già aveva nelle tasche dei pantaloni quella bambola di pezza rammendata con stralci di varia stoffa. Quel burattino vestito di stracci con il cappello a cono e la barba ispida e folta. Si vedeva la sua testa fare capolino, da una sacca posteriore qualunque, insieme alle braccia, già ingabbiato e pronto alla condanna.

«Ricorda il cinque di novembre» sussurrò Walter Brown a suo figlio, ancora in fasce. Lo cullava tra le sue braccia mentre dava uno sguardo distratto al giornale nel salotto della sua tenuta di campagna. La servitù gli si muoveva intorno, freneticamente, intenta a preparare il banchetto serale nella maniera più degna possibile.

Quella sera molti avrebbero sfidato il vento, riscaldandosi attorno ai falò improvvisati per strada,  per mangiare mele caramellate e patate arrostite. I pupazzi di Guy Fawkes, l’attentatore cattolico che provò a distruggere la Camera dei Lord, sarebbero finiti nelle fiamme. Fu trovato nei sotterranei mentre stava per far brillare trentasei barili di polvere da sparo. Dopo il trasferimento nella Torre di Londra e la confessione sotto tortura fu impiccato, decapitato ed esposto al pubblico ludibrio. Dal 1605 ogni anno, ogni 5 novembre, si ripeteva questa consuetudine. Si bruciava il feticcio del traditore della patria e si godeva dei fuochi d’artificio che brillavano nel cielo. Ma si sa, ognuno ha le sue tradizioni.

Gli ospiti cominciavano ad arrivare e lord Brown li accoglieva all’ingresso, uno ad uno. Baciamano, parole d’affetto e sorrisi si susseguivano.

Più di duecento anni prima il suo avo, Henry William, già sedeva tra i Pari e tenne una sontuosa festa per celebrare lo scampato pericolo. Per ricordare come era stata sventata la congiura delle polveri. Da allora i figli dei suoi figli avevano mantenuto intatto questo rituale. Tutti presero posto attorno alla grande tavola per gustare i piatti di carne, il vino scorreva limpido e frizzante. Una volta consumato il pasto tutti si recarono nella stanza degli scacchi. Veniva aperta una sola volta all’anno. Mentre gli si disponevano intorno, Walter Brown si sedeva al tavolo posto nel centro della stanza. Non vi era altro che quel tavolo con due sedie, un camino scoppiettante e un’ampia vetrata che dava sul giardino. Sul tavolo c'era la scacchiera: i pezzi bianchi erano in avorio, i neri in alabastro. Un’immaginaria partita andava avanti da più di duecento anni contro un avversario perennemente battuto, sconfitto, votato al fallimento. Destinato a perdere e allo stesso tempo a ribellarsi ancora e ancora come in un supplizio. Si sedette a un capo del tavolo fissando con sdegno la bambola che gli stava di fronte. Aspettò che scoccasse l’ora mentre tutti fremevano.

Poi disse: «Ricorda, ricorda il cinque di novembre, polvere da sparo, tradimento e complotto. Non vedo alcuna ragione per cui la congiura delle polveri dovrebbe essere mai dimenticata.»

Le sue dita spostarono la regina bianca dando scacco matto. Attraverso le vetrate entrarono i lampi colorati dei primi fuochi d’artificio. Il silenzio fu interrotto da un lungo applauso e da un brindisi in coppe di cristallo. Lord Brown assaporò il brandy e baciò la fronte di suo figlio che guardava quella scena con gli occhi spalancati, quasi interdetto.

«Guardate com’è curioso il mio piccolo Scott. Ora non intuisce cosa sta succedendo, è vero? Ma presto, presto capirà.» Gli invitati si avvicinarono alla vetrata e tutti presero ad osservare i fuochi. Solo il piccolo Scott non sembrava interessato allo spettacolo pirotecnico. Era troppo preso da quel pupazzo che avvampava nel camino e si accartocciava per il calore, per guardare fuori.

Era troppo preso da quell’immagine di morte per guardare da un’altra parte.

   

15/06/2008

La scatola dorata

Vidi la nave approdare nel porto di Shangai di mattina presto, con la luce che riverberava sulle scaglie del mare. Tra l’indice e il medio tenevo un mozzone di sigaretta spenta, l’appoggiai alle labbra e l’accesi con un fiammifero. Gli altri scaricatori cominciarono ad alzarsi in piedi, pronti a fissare le cime e a trasportare le casse di legno sulla terraferma. Neanche feci caso al nome della nave quando mi avvicinai. Le nostra ombre lunghe erano proiettate sull’acqua verdastra, incorporee ed evanescenti. Molti ci chiamavano traditori perché non avevamo impugnato le armi contro gli inglesi. Altri ci chiamavano furbi perché, secondo loro, avevamo intuito chi avrebbe vinto la guerra. Io cercavo solo di non morire di fame. Era il 1859 e Pechino non era ancora caduta né il Palazzo imperiale era stato ridotto in cenere dalle truppe europee. Legai le casse con le mie mani e controllai la resistenza dei nodi, mormorando qualche parola di malumore quando ci intimarono di fare in fretta. Chi è questa gente? Soldati della regina Vittoria o mercenari? Non interessava a nessuno. Il funzionario locale prendeva nota della merce in entrata. Era seduto ad un tavolino di legno, intingeva la sua penna d’oca nell’inchiostro, di tanto in tanto, e portava il conto delle casse ripetendoselo ad alta voce. Chiedeva costantemente informazioni sulla natura della merce sbarcata, sulla sua provenienza e destinazione. Frutta, vestiti, manufatti: queste erano le risposte. Non era altro che l’incarnazione di un rituale senza senso. Ne era consapevole, ma gli mancava il coraggio di confessarlo. Un tempo questo carico si sarebbe dovuto imbarcare clandestinamente, riversando molto oro nelle tasche dei mandarini che si lasciavano corrompere. Oggi la differenza tra i commercianti e i pirati è solo una questione di latitudine. Gli ufficiali inglesi parlavano tra di loro, commentando gli ultimi sviluppi della guerra. Due di loro erano sul pontile a controllare le operazioni di sbarco. Il primo era il caporale Harold Twight; giovane, ma già graduato. Non afferrai il nome dell’altro. Raccontavano gli avvenimenti della guerra di Crimea, parlando di un valente ufficiale che, a parer loro, sarebbe riuscito a risolvere la questione cinese. Uno dei due all’improvviso si voltò verso di me. D’istinto ritornai precipitosamente alle mie mansioni, a testa bassa.

«Ehi, tu!»

Un brivido freddo mi salì su per la schiena ma continuai il mio lavoro come se nulla fosse.

«Ehi, sei sordo?»

I bottoni color oro, lucidi, spiccavano sul blu dell’uniforme. Mi guardò fisso negli occhi per qualche interminabile secondo mentre riportava la mano dalla mia spalla all’elsa della sua spada.

«Va a dire al funzionario che con questa cassa abbiamo finito.»

«Sì, certo.»  

Mi allontanai con passo veloce, ancora scosso. Scesi giù per il pontile asciugandomi il sudore dalla fronte con il bavero della casacca. Stavo per toccare terra quando qualcosa accadde. Non me ne resi conto subito, non prima che gli altri incominciassero ad urlare. Una delle funi aveva ceduto. Un’inarrestabile cassa di legno stava per travolgermi con tutto il suo peso. Vidi i gesti dei miei amici rallentarsi. Mi voltai. Dalla nave le braccia degli uomini si alzarono per fare dei cenni disperati mentre una valanga di merce mi stava quasi addosso. Qualcuno mi spinse e caddi in acqua. All’improvviso nessun rumore, nessuna voce. La luce filtrava attraverso il liquido rimandando una scena sfocata, che i miei occhi non compresero. Riemersi e sentii le sue urla. I marinai scesero di gran carriera dalla nave. Shaiming era a terra e gridava come un ossesso, tenendosi la gamba maciullata. Mi aveva salvato la vita. La cassa era andata in pezzi, il suo contenuto si era riversato sulla banchina. Ovunque vi erano pezzi di legno e scatole dorate ammaccate.     

Il funzionario raccolse una delle scatole d’oppio che erano arrivate ai suoi piedi. La raccolse e pianse. Non perché un uomo dinanzi ai suoi occhi aveva rischiato di morire né perché il suo paese era ormai impotente. Ma perché quella scatola, tra le sue mani, gli rinfacciava la sua esistenza vuota. Gli indicava l’inutilità del suo ufficio, delle sue carte. L’inutilità della sua stessa vita. 

08/06/2008

La notte stellata

La notte era stellata, vasta e profonda come solo sotto il cielo d’Africa sa essere.

Tutti i bambini sedevano in cerchio attorno al fuoco che lentamente scoloriva. Le loro facce erano illuminate, le loro ombre si stagliavano lunghe nella notte che li circondava. Intorno a loro gli uomini danzavano mentre le donne intonavano canti e portavano il ritmo con le mani. Osahar se ne stava in disparte pensieroso. Un nodo stretto lo teneva legato alla malinconia. Poi lo stregone uscì dalla sua tenda. Il suo corpo cosparso di cenere bianca, le pietre sacre nella sua mano. Alzò il palmo e ottenne il silenzio, con semplicità. I tamburi smisero di battere, le donne di cantare. Perfino i bambini rimasero attoniti, come se evitassero perfino di respirare. Osahar alzò lo sguardo, gli sembrò che le stessa notte avesse proteso il suo orecchio ad ascoltare. Sentì i suoi occhi posarsi sulla sua pelle, scrutargli l’animo, leggergli dentro con la facilità con cui si interpreta una calligrafia che si conosce. L’uomo sacro si guardò intorno. Incrociò il suo sguardo, lo vide bisbigliare qualche parola al vento, poi si avvicinò ai bambini e si sedette in mezzo a loro. Cominciò.

«Era una notte come questa quando Abuk e Garang fuoriuscirono dal vaso di terracotta che li conteneva. Erano piccoli, ma crebbero in fretta. Si guardarono intorno, ammirarono le stelle, si scaldarono al tepore del fuoco, proprio come fate voi. Nhialic era contento di loro e gli permise di vivergli accanto in questa terra».

Lo stregone indicava i luoghi in cui i primi uomini avevano vissuto. Tutti, anche i più piccoli della tribù, li conoscevano per averci portato una volta il bestiame a pascolare. Qualcun altro per averci preso l’acqua dal pozzo o per essersi addormentato sotto un albero. Le madri si avvicinarono ai loro figli abbracciandoli.

«Il leone non si avvicinava mai al campo, il fiume non si seccava. Abuk e Garang non s’ammalavano mai. Nhialic dava loro ogni giorno il grano sufficiente per sopravvivere: la scimmia lo portava legato in un sacco e lo vuotava fuori dalla loro tenda ogni mattina».

Osahar immaginò una scimmia portare un sacco sulle sue spalle e a quell’idea sorrise. Poi si schiarì la mente e riprese ad ascoltare.

«Ogni giorno la scimmia costeggiava il fiume, portava il grano e restituiva il sacco vuoto a Nhialic. Poi una mattina dal fiume emerse il coccodrillo. Lo convinse a fare un gara con lui. Doveva riuscire a lanciare uno dei suoi chicchi aldilà del fiume. La scimmia li tirava con forza ma ogni volta il coccodrillo, con un balzo, spalancava le sue fauci e l’inghiottiva. Ne tirò uno, due, molti. Poi mise la mano nel sacco e si rese conto che era vuoto. Spaventato, scappò via. Nhialic aspettò che la scimmia tornasse, ma non vedendola comparire, andò a cercarla. Nello stesso istante Abuk si svegliò. Uscì dalla tenda e non vide il grano dove di solito la scimmia lo lasciava. Svegliò Garang in fretta e presero a disperarsi. Nhialic li aveva abbandonati. Garang aveva conservato un chicco di grano dal giorno prima, lo diede alla sua donna e gli propose di piantarlo. Abuk prese un bastone, vi fissò un pietra all’estremità e lo sollevò al cielo, pronta a vibrare il colpo verso il suolo. Nhialic fuoriuscì dalla radura e fu colpito dal bastone ad una gamba. Sanguinò. Vide le sue creature. Li vide insoddisfatti di quanto donava loro, li vide avidi e li abbandonò. Mentre tornava sui suoi passi incrociò la scimmia, l’interrogò e seppe la verità. La punì per quanto aveva fatto, condannandola a rimanere curva sulla sua schiena, nella continua ricerca di quei chicchi che aveva lanciato. Nonostante questo lasciò la terra, rimproverando agli uomini di non aver creduto in lui».  

  Osahar prese la lancia che gli stava di fianco e si alzò. Era giunto il momento di perlustrare i confini del campo. Dal giorno in cui Nhialic era salito in cielo il leone si avvicinava fin troppo spesso, il fiume si seccava di continuo e il grano non bastava più per tutti. S’incamminò e sparì nella notte. Lo stregone tacque, i tamburi ripresero a battere e le donne a cantare.

05/06/2008

Il mio booktrailer

03/06/2008

Ad un passo dalla stampa

Oramai ci siamo.

Dinka andrà in stampa a luglio, pubblicato da Michele di Salvo editore. La fase di revisione è terminata.

Cos'è Dinka? E' un romanzo ambientato in Sudan, nella seconda metà dell'Ottocento, in pieno colonialismo inglese. Trae il suo nome dal popolo che tuttora abita a ridosso del Nilo nell'Africa equatoriale. 

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Il romanzo ha inizio con la nascita dei suoi due personaggi principali. Morgan Carroll è destinato, su richiesta della regina Vittoria, alla vita in armi. Talib, invece, viene iniziato alle arti magiche per volere del vecchio stregone della sua tribù. All'epoca il Sudan era un'appendice del regno egiziano, a sua volta formalmente dipendente dalla Turchia. Ma gli equilibri stanno per cambiare...